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Ci sono cose che accadono solo nei film.

L’ho sempre pensato  guardando Bridget  Jones, per esempio.

Una biondina tutta insicurezze e ciccette sballonzolanti per la quale  Colin Firth (patrimonio dell’ umanità ) e Hugh Grant  (che je voi dì) arrivano a menarsi.

Tutte le volte che finisce un film così, due sono le cose che ti restano:

–         le briciole dei pop corn sul pigiama, quelle che salteranno fuori dal divano per mesi.

–         Quel velo (pietoso) di speranza steso sulla consapevolezza che sognare ad occhi aperti si puo’, solo che dopo sono cazzi tuoi.

Insomma, parliamoci chiaro,l’ultima volta che due esseri di sesso maschile hanno fatto a botte per me, avevo 4 anni e frequentavo l’asilo.  Sammy e Salvatore ( si, si chiamavano così) se l’erano date di santa ragione per conquistarsi il posto vicino al mio e la girella. Si, in palio c’era anche  la girella.

( rewind )

Nessun essere di sesso maschile si è mai menato per me. Quelli di mia conoscenza al massimo si scazzottavano per una girella… che poi, ci sono dei giorni che per una girella menerei anche io.

Dicevamo.

In tutti i film di questo genere, il genere: “Ciao sono Celestina, ho quasi trent’anni, ho scoperto l’altro ieri che Babbo Natale non esiste ma sul principe azzurro, vi prego, continuate a mentirmi senza pietà!”, nei primi quaranta minuti, senti di essere la protagonista.  Sfigata ma simpatica, brillante ma pasticciona, col rossetto Chanel e l’insalata tra i denti. Insomma, all’appello per essere la  perfetta interprete della commedia sentimentale a lieto fine, da red carpet, sembra non mancare nulla:

Amici gay #celo

Problemi di ciccette sballonzolanti #celo

Dipendenza da cioccolato e/o carboidrati #celo

Autostima direttamente proporzionale agli sbalzi ormonali #celo

Ex da odiare #celo

Scarpe tacco 12 sulle quali traballare #celo

“Sei simpatica” in cima alla top ten dei complimenti ricevuti #celo

Finale a lieto fine #manca

Non c’e’ ragione, puoi averci l’album completo, con le figurine appiccicate con la maniacale maestria di chi ricalca perfettamente le sagome rettangolari  prima vuote e poi piene, ma finchè ti mancherà anche solo una figurina del cazzo, di quelle che ritraggono la faccia di uno che manco ti ricordavi esistesse, l’album, la fatica, la precisione, l’impegno e il tempo… saranno irrimediabilmente inutili nel migliore dei casi, persi, nel peggiore.

Che poi dico io, ma ci vuole veramente tanto ad innamorarsi e a vivere tutti felici e contenti?

Insomma, le favole  ci insegnano  che due si incontrano, si innamorano, superano un paio di casini ( scarpette di cristallo scheggiate, mele avvelenate, nani a carico, trecce con doppie punte gettate dalle finestre delle torri sui castelli, “bestie” che diventano tronisti dopo aver incontrato “belle”) e poi amore eterno forevaaa and evaaa.

Nella realtà, cambiando l’ordine degli addendi, non solo cambia il risultato ma è un gran casino (nani con scarpette di cristallo che escono con “belle” e si innamorano di “bestie”, trecce con doppie punte gettate sui nani, mele avvelenate che contengono carne di cavallo…di principi azzurri scomparsi).

Mi sono sempre chiesta quale fosse la differenza tra i film e la realtà.

Perché, partendo di base dagli  stessi ingredienti: LUI, LEI E IL MONDO CONTRO, il risultato (nei due casi) cambia drasticamente?

Studi clinici e ricerche scientifiche dimostrano che non esistono finali (dei film) perfetti, ma solo sceneggiatori che si divertono assai, tanto che je frega, a casa col plaid e i pop corn ce stai te, mentre loro se la spassano alle Bahamas con quello che hanno guadagnato per illuderti.

Che poi, a pensarci bene, il finale di un film è solo un punto.

Che ne sai di cosa accade dopo che lei e lui si baciano in mezzo alla neve.

Potrebbe succedere qualsiasi cosa. Tu pensi che sia il finale perfetto solo perché è l’ultima cosa che hai visto.

In realtà, lo sceneggiatore non ti ha detto che lui poi avra’ la febbre a 40 per due settimane, e si lamentera’ costantemente,  rendendole la vita impossibile, con frasi del tipo: “Se te la fossi tirata meno, e ti fossi lasciata baciare a casa tue tre anni fa, invece di aspettare l’intervallo e il secondo tempo, e farti rincorrere, a piedi scalzi sulla neve, forse adesso non dovrei sottopormi allo strazio delle supposte di tachipirina, vuoi che MUORO!”.

La risposta sarebbe: “ SI”.

#EVISSEROFELICIECONTENTIUNCAZZO

Il  punto è che noi cerchiamo il “lieto fine”… invece di goderci il divenire delle cose.

Leggiamo le sensazioni, le emozioni, i dubbi, gli sguardi, i “ciao come stai” in funzione di un finale.

Ci comportiamo da sceneggiatori e non da attori: sezioniamo le situazioni invece di respirarle.

Scegliamo di non perderci, col rischio di non ritrovarci.

E rimaniamo sempre allo stesso punto, con la penna in mano, il finale già scritto  e le pagine che lo precedono  tra vuoti e scarabocchi. Ci perdiamo il gusto di sapere come andrà a finire, perché tanto l’ultima scena ce l’abbiamo chiara, resta l’indecisione tra un paio di canzoni per la colonna sonora, ma tutto il resto c’e’.

Io ho sempre vissuto di finali. Tutte le volte che cominciavo qualcosa (lavoro, amore, amicizia, film mentali) ero sempre, irrimediabilmente proiettata verso il finale… brava la cogliona.

Finale. Che brutta parola.

Perché mettere un punto sul piu’ bello…? Che poi sara’ il piu’ bello? Il meno peggio?

A me non basta piu’ pensare “e vissero tutti felici e contenti”… io ci voglio stare tutta dentro quel vissero, voglio vedere che succede, se succede, voglio prendermi i giorni no e i giorni si…non voglio la sintesi del vissuto,  voglio lo spelling delle emozioni. Quelle belle e pure quelle brutte.

Perché una cosa è certa, la felicità piu’ intensa, sincera, incontenibile e contagiosa. Quella piu’ intima e saziante l’ho sempre provata dopo i grandi vuoti e le grandi incazzature.

Tenetevelo voi il finale, io mi prendo quello che viene dopo il punto di THE END.

#evisserofeliciecontentiuncazzo