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Tutte le volte che arrivo in un posto nuovo, dove so che sostero’ per piu’ di quattro ore, tre sono le mie priorità per garantirmi la sopravvivenza: la presa per il caricabatterie dell’iPhone, il bagno, e la fonte di caffè più vicina.

Martedì sono arrivata nella mia nuova redazione, ovvero una stanza gentilmente concessa da mamma Rai, all’interno di una struttura dove in realtà c’e’ tutt’altro (leggere con tono aulico):  la sede del “commerciale”.                                                                                                                    Detta così potrebbe sembrare il covo della tv concorrente, in realtà non so bene cosa facciano quelli del “commerciale”, so solo che sono tutti più formali, ingessati, contenuti, silenziosi di noi.

Quando  incontri uno incravattato del commerciale per le scale, ti viene quasi da farti il segno della croce, in segno di rispettosa devozione, come fanno le vecchine quando passano davanti ad una chiesa.  Io nel dubbio mi limito a sorridere e a dire “Buongiorno”… quelli più indaffarati ti rispondo distratti,  altri ti guardano sospettosi  biascicando  un “salve” e vanno via con l’espressione di chi pensa “mo chi cazzo è questa!”. Insomma, sanno come farti sentire a casa (de n’altro), ecco.

Era sempre martedì  e il mio iPhone segnava le 16,08. Ricordo bene l’ora. In quell’istante realizzai nel seguente ordine che:

Ero sveglia dalle 6,25 /Non avevo pranzato/ Non avevo bevuto/ Non avevo fatto la pipì/ Non avevo preso il caffè.                                                                                                                               Ero in riunione con Pippo Baudo e gli autori da due ore. Prima di vedere la fine di quella giornata ne sarebbero trascorse almeno altre 5.  Avevo bisogno di  cinque minuti  di fuga e di un caffè. Forte. Fortissimo.

Con molta disinvoltura mi alzai facendo segno “torno subito”… Mi chiusi la porta alle spalle, e pensai a tutto quello che avrei potuto fare in 5 minuti…vabbè, 6 (considerando che avrei potuto trovare il bagno occupato da una del “commerciale”, pare che anche loro esplichino le funzioni primarie).

Mi diressi verso le scale, per scendere al piano terra, da dove proveniva l’odore del caffè e quel rumore meccanico (quasi rassicurante) tipico del boom che precede un’esplosione, quello che fanno le macchinette quando, dopo “ l’insert coin” caricano una nuova richiesta.

Consapevole di essere sulla strada giusta, rallentai il passo , e cominciai a rispondere ai settordicimila messaggi che avevo ignorato fino a quel momento.

Scendevo un gradino ogni due parole scritte (per quanto  volessi essere multitasking le scale, l’iphone e i tacchi erano per me una complicazione di livello superiore, chi riesce a farlo con disinvoltura senza spiaccicarsi al suolo, viene di diritto candidato al Nobel per gli “equilibri internazionali”).  Cominciai a sentire alle spalle la pressione di qualcuno che aveva fretta, ma esitava a darmi un calcio per spostarmi (avrebbe avuto ragione a farlo), d’istinto mi spalmai al muro a mo’ di geco dicendo, senza guardare: “Mi scusi, passi pure, ha sicuramente più fretta di me!”. L’ombra che avevo dietro rispose: “Mah veramente no, scendevo le scale così per sgranchirmi le gambe”. Sorpassandomi continuò  dicendo: “E adesso, lei, ha dato il colpo di grazia alla mia giornata facendomi sentire come gli anziani ai quali si cede il posto sul bus, si senta pure in colpa!”

In quelle parole riconobbi qualcosa di complice e familiare e senza pensarci due volte risposi:     “ Ah no eh, non ci provi a farmi sentire in colpa.  Senta, io sono appena scappata da una riunione con Pippo Baudo, sono le 16.09 e,  considerando anche quello delle 6:25, questo è il mio secondo caffè, ho bisogno di 5 minuti di evasione e non li passero’ di certo a sentirmi in colpa per lei!”.

(Rise tanto, lui)

Non fece in tempo a dirmi: “il caffè alla macchinetta glielo offro io”, che ci avevo già infilato le monete .

Io: “Che prende lei?”

Lui: “Eh no, così non vale, scegli prima te!” (cominciò a darmi del tu, io continuai tutto il tempo a dargli del lei, non so perché.)

Io: “Prima gli anziani, ci mancherebbe!”

Lui: “Ok, mi faccio male con un caffè zuccherato con cinque pallini, così mi viene una crisi glicemica e non penso a quello che hai appena detto!”

Io: “mhhh, ottima idea…per la crisi aspetti che finisca il mio caffè…non ho tempo di soccorrere anche lei!”

Lui: “Carina!”

Io: “Grazie!”

Lui: (rise) “Senti, lo conosci il film Tandem? Un film francese, di merda… talmente surreale da piacermi”.

Io: “Ah, la crisi glicemica è già in atto!”

Lui: “ Simpatica. No, me lo hai fatto venire in mente, perché il protagonista è un conduttore famosissimo di quiz radiofonici che dopo anni di consacrata carriera si ritrova senza un lavoro a causa della chiusura del suo programma. La cosa piu’ surreale del film è la canzone di Riccardo Cocciante, dal titolo Il mio rifugio che apre e chiude il film. Canzone cantata in italiano che in Francia ebbe un successo clamoroso…”

Io: “mmmmh, no ma interessante… le piace Cocciante?”

Lui: “Ma che sei matta? Solo che quella canzone mi fa un sacco ridere, lui canta in maniera struggente un testo italiano che sembra il risultato di una partita a Ruzzle riuscita male. Non becca una consecutio che sia una e dice una serie di cose sconnesse… E mentre tu sei lì che ridi con le lacrime perché sembra una parodia, i francesi, che non capiscono una parola che sia una di quello che sta cantando, piangono distrutti dalla commozione. Non ci fare caso, io so’ così…!”

“Anche io sono così!” (pensai in silenzio)

Nel frattempo notai che la sua stanza era proprio di fronte alla macchinetta del caffè, ci feci caso perché aprì la porta per lanciare i fogli che aveva in mano sulla scrivania…nel frattempo arrivo’ un suo collega e, senza dargli il tempo di finire il caffè,  dissi: “ Ok, tempo scaduto, scappo, se sopravvivo a questa giornata mi do il colpo di grazia cercando questa perla di Cocciante, una volta arrivata a casa! Ciaaaaoooooooooo!”.

Salendo le scale realizzai che non ci eravamo presentati.  Non conoscevo il suo nome.

Le uniche cose che sapevo di lui erano che amava ridere guardando film tristissimi francesi che vantavano come colonna sonora un pezzo incomprensibile di Cocciante, che aveva una cravatta che sembrava ritagliata da uno dei gilet di Oscar Giannino (forse e’ il suo modo per urlare al mondo che anche se lavora al “commerciale” è artista dentro)… Che aveva degli occhiali fighissimi, per tutto il tempo avrei voluto toglierglieli per vedere come mi stavano… che aveva la risata contagiosa… Che mi ricordava qualcuno, ma non mi veniva in mente chi… con quei capelli: Cazzo! Alessandro Borghese!… Che in fondo il caffè della macchinetta puo’ essere buono assai, anche senza zucchero, anche preso in piedi con uno sconosciuto a cui l’hai appena offerto, anche se quelli erano gli unici 5 minuti liberi della tua giornata e avevi finito tutte le monete per i successivi caffè.

Forse, qualche anno fa, sarei tornata alla macchinetta 21 volte al giorno, nella speranza di incontrarlo di nuovo… e invece no, adesso il caffè esco a prenderlo al bar, davanti alla sua porta non ci passo più.

Perché se è vero che in 5 minuti e un bicchiere di caffè sono riuscita nell’impresa di sceneggiare un articolatissimo film…è vero anche che vorrei che il regista delle sequenze successive continuasse ad essere  “il caso”.

Chissà se l’ Alessandro (non proprio) Borghese del “commerciale” resterà solo una comparsa o tornerà ad essere il protagonista delle mie pause clandestine.

Lo scopriremo solo bevendo caffè… vi aggiorno eh!

Cele.