In un panorama cinematografico spesso dominato da storie leggere, si fa strada “L’invisibile filo rosso”, un film che sceglie di guardare al passato con coraggio e sensibilità. Diretta da Alessandro Bencivenga, la pellicola, presentata con successo fuori concorso alla recente Mostra del Cinema di Venezia, porta alla luce la toccante storia, realmente accaduta, di Giovanni Anesini e Ida Dalser, due vite segnate dalla reclusione in manicomio nel secondo dopoguerra. A dare corpo e anima a Giovanni è l’attore Massimo Bonetti, un veterano del cinema italiano che si è messo in gioco con un ruolo complesso e, al tempo stesso, profondamente gratificante. Lo abbiamo intervistato.
Indice dei contenuti
Un ruolo di istinto, cuore e tecnica
Interpretare un personaggio come Giovanni Anesini, un uomo confinato in un letto con la camicia di forza, è stata una sfida non indifferente per Bonetti. “È stato un ruolo difficile ma al tempo stesso soddisfacente, non avevo molto raggio d’azione visto che la mia scena era sempre la stessa sul letto con camicia di forza ma l’abbiamo portata a casa”, spiega.
La sua preparazione al ruolo si è basata su un approccio istintivo, un metodo che lo ha guidato per tutta la carriera. “Quando lessi la sceneggiatura de “L’invisibile filo rosso” mi sono reso conto di stare davanti ad una storia molto solida, penso che il personaggio e la sceneggiatura siano molto potenti”, riflette l’attore. “Il mio segreto e pregio dopo tanti anni di carriera è che mi affido sempre all’istinto e assumo le caratteristiche interiori del personaggio. Non c’è una preparazione tecnica ma nel caso specifico ho solo pensato a come Giovanni vivesse quei momenti”.
Una regia “Gigante”
La fiducia di Bonetti nel progetto nasce anche dalla sua stima per il regista Alessandro Bencivenga, che definisce un “emerso” più che un “emergente”. “Alessandro Bencivenga è un Regista con la R non maiuscola ma gigante. Non emergente ma Emerso con questa opera”, dichiara Bonetti. L’attore aveva già avuto modo di apprezzare il talento di Bencivenga durante un docufilm dedicato a Massimo Troisi. “L’avevo già conosciuto nel docufilm su Massimo Troisi e mi aveva impressionato ed ho avuto la conferma in questo film. Ho lavorato con tantissimi registi di livello e so riconoscere quando c’è quel qualcosa in più in loro. Lui è al loro pari, per come si muove dietro la macchina da presa si capisce subito. Farà sempre più grandi cose, ho una grandissima stima per lui”.
Un cast di grandi interpreti
Il film segna un incontro artistico che Bonetti aspettava da tempo, in particolare con un’icona del cinema italiano. “Volevo lavorare da tantissimo tempo con Ornella Muti, averlo fatto adesso dopo 40 anni di carriera è stato ancor più bello”, rivela l’attore, sottolineando la grande sintonia trovata con l’intero cast.
L’entusiasmo di Bonetti si estende a tutti i colleghi, con alcune menzioni, a partire da Paco De Rosa: “Paco De Rosa è stato straordinario, ha interpretato alla grande il ruolo dell’infermiere, un ruolo chiave. Personalmente lo avevo già voluto in un mio film, ‘La settima onda’, e seppur con un ruolo minore mi aveva già fatto capire che aveva delle doti”. Non mancano gli elogi per altri grandi nomi: “Lello Arena è una maschera che impreziosisce qualsiasi cosa. Antonio Catania è un grande interprete. Cosa vuoi dirgli?”. E una sorpresa che arriva da un volto noto della comicità: “Mi ha colpito notevolmente anche Francesco Villa, che tutti conosciamo in coppia come Ale e Franz. Un ruolo importante ben interpretato e mi ha sorpreso. Ma tutti hanno dato il loro contributo in maniera unica, equilibrata”.
Il vero protagonista: la mancanza di libertà
Per Bonetti, il film non è solo un racconto storico, ma un monito universale. “Il cinema è educativo e evocativo. Questo film ha fatto venire alla luce un pezzo di storia che qualcuno non conosce. Film di questo genere ben vengano”, afferma con convinzione. “L’invisibile filo rosso” non si limita a narrare una vicenda storica fatta di soprusi e ingiustizie, ma scava più a fondo, toccando un tema che risuona ancora oggi. “Il vero filo conduttore del film è la mancanza di libertà”, conclude Bonetti, consegnando allo spettatore una chiave di lettura profonda e attuale per un’opera che merita di essere scoperta.
La “presenza” di Massimo Troisi
Un filo invisibile, come quello del titolo, lega questa produzione a un nome che ha segnato la vita di Bonetti: Massimo Troisi. L’attore è convinto che l’amico e “fratello” sia stato in qualche modo presente sul set. “Massimo Troisi mi accompagna sempre e sono certo che ha accompagnato anche me in questo film unendomi con Bencivenga”, confida Bonetti. “È incredibile quanti aneddoti ci hanno riportato a lui sul set e in qualche modo ci hanno fatto sentire la sua presenza. Massimo (Troisi) per me era più di un amico, un fratello. Considera che abbiamo vissuto anni da single entrambi nella nostra amicizia, vi lascio immaginare. Può sembrare strano ma io ci credo”.
























