Fiammetta Rossi è la talentuosa autrice che ha conquistato il secondo posto nel prestigioso concorso “Una storia per il Cinema” con il suo romanzo, L’istitutrice di Birkhall Manor. La sua opera, ambientata nella cupa e affascinante atmosfera della Londra vittoriana, intreccia il mistero, il dramma psicologico e un tocco di azione in un racconto che ruota attorno alla complessa figura di Elizabeth Seville. L’istitutrice, dal passato enigmatico, non è la classica eroina passiva, ma una donna con un talento inaspettato per le arti marziali e un segreto da difendere. Abbiamo parlato con l’autrice della genesi del suo personaggio, dell’ambizione di un adattamento cinematografico e delle dinamiche che tengono il lettore incollato alla pagina.
Cosa ti ha ispirato a creare un personaggio come Elizabeth Seville, un’istitutrice con un passato misterioso e un talento per le arti marziali?
Anni fa lessi un articolo relativo a un caso di omicidio realmente accaduto nella Londra vittoriana, il colpevole ebbe una punizione singolare: quasi non venne punito; da lì in poi, la mia mente ha iniziato a costruire Elizabeth, i suoi drammi, i suoi desideri e bisogno di cambiamento. Ma le eroine moderne non sono principessine indifese in attesa del principe azzurro e, dato che il romanzo parla anche di come venivano trattate certe patologie, la mia Elizabeth doveva essere sì ambigua ma anche in grado di difendersi e imporre i suoi metodi di istitutrice. Doveva, insomma, avere una storia importante con radici profonde nella paura, del dolore, nel senso di colpa, solo così il suo personaggio poteva essere forte e credibile.
La tua opera “L’istitutrice di Birkhall Manor” ha vinto il 2° premio “Una storia per il Cinema”. Cosa significa per te questo riconoscimento e come pensi che il tuo romanzo possa essere adattato per il cinema?
Significa il riconoscimento di due anni di duro lavoro!!! È una vittoria prestigiosa che mi ripaga e mi rende orgogliosa all’ennesima potenza. Immaginare di dare voce ai miei personaggi è qualcosa che mi spinge a sognare che un giorno il romanzo possa diventare anche un film. Ovviamente si tratterebbe di un film in costume, con atmosfere un po’ cupe, tanta suspense e un duplice mistero coi fiocchi, insomma. Ecco, se devo fare un paragone, mi viene in mente The Others, (2001, di Alejandro Amenàbar con Nicole Kidman), anche se qui i fantasmi sono quelli del passato. Per le ambientazioni… beh in Italia non mancano certo palazzi nobiliari o castelli, vero? Intanto che aspetto il film, mi godrò l’audiolibro!
La relazione tra Elizabeth e la piccola Tiffany è un elemento centrale del romanzo. Come hai lavorato per creare un legame credibile e profondo tra i due personaggi?
È stata la parte più difficile. Ho dovuto leggere dei manuali di psicologia e chiedere a un esperto del comportamento bipolare così da poter descrivere al meglio il personaggio di Tiffany che oscilla tra crisi isteriche e momenti di catatonia. Ma Tiffany è anche una bambina curiosa, acuta osservatrice, piena di rabbia, vorrebbe morire, ma anche vivere. Insomma è piena di contraddizioni… in questo assomiglia molto a Elizabeth da piccola. Entrambe hanno subito un trauma, descrivendo uno, ho descritto entrambe. Sia lei che Elizabeth hanno molti punti in comune.
Il mistero che avvolge Birkhall Manor è un elemento chiave della trama. Come hai costruito la suspense e mantenuto l’attenzione del lettore fino alla fine?
Non ho voluto parlare solo di Elizabeth e Tiffany, alla lunga avrebbe rischiato di annoiare. Così ho inserito il personaggio di Felicia, ufficialmente dama di compagnia di Tiffany ma che in realtà comanda su tutto ciò che si muove a Birkhall Manor, e del dottor Samuel Walsh che prova a guarire Tiffany ma viene ostacolato continuamente. Tra lui ed Elizabeth, inoltre, si crea un legame profondo ma anche difficile perché entrambi hanno un segreto da nascondere. Con questi due intrecci ho cercato di movimentare la storia e darle un respiro più ampio, così da alzare la tensione e mantenerla per tutto il tempo.
Come pensi che il concorso “Una storia per il cinema” possa aiutare gli autori a farsi conoscere e a raggiungere un pubblico più ampio?
I concorsi servono a farsi conoscere; più sono prestigiosi più in alto si sale, e se il tuo nome non è conosciuto ma quello del concorso sì, allora mezza pubblicità è fatta! Ed è questo il nocciolo: la pubblicità. Oggi chi scrive non è solo scrittore, ma è anche commerciale e ufficio stampa di sé stesso. C’è poco da fare. Quindi farei molta promozione prima, durante e dopo la premiazione. Sui giornali, sulle riviste, magari creando anche una serata con cena di gala. (ok, questi sono gli Oscar, mi sono spinta troppo in là), ma il succo del discorso rimane. Alla fine del tam-tam, chiunque – editore o lettore – sarà invogliato a fidarsi del giudizio altrui e, quindi, a leggere.























