L’Accademia delle Belle Arti di Roma presenta la sfilata Corea Project in cui 11 studenti reinterpretano in chiave moderna lo stile coreano

altaroma corea project copVenerdì 25 Gennaio presso il Pratibus District, che ospitava l’annuale evento di AltaRoma, hanno sfilato le collezioni degli 11 studenti del corso di Culture e tecnologie della moda dell’Accademia di belle arti di Roma. 

Le creazioni avevano come filo conduttore la reinterpretazione del tradizionale abito coreano Hanbok, storicamente caratterizzato da una giacca e un’ampia gonna che copre tutto il corpo. Colori e tessuti utilizzati per la sua realizzazione variavano a seconda dello stato sociale o dell’età della persona. 

L’Hanbok ha mantenuto le sue componenti di base per tutta la storia coreana, conservando intatte un insieme di linee e forme che hanno inciso nella percezione delle persone che ne hanno riconosciuto lo stato di grazia e di leggiadria. Lo stile di quest’abito, invece, ha seguito il fluire del tempo e si è evoluto insieme alla società che lo ha creato adattandosi ai nuovi gusti della popolazione.

Ad oggi viene indossato principalmente durante le occasioni formali e nonostante la triste tendenza di abbrutirne l’importanza dandolo in affitto ai turisti, non perde il suo antico fascino; un fascino che ci è stato restituito intatto dalla stilita Young Ae Lee che ha inaugurato la sfilata, chiamata per l’appunto Corea Project.

 

A seguire il pubblico ha potuto ammirare le 11 collezioni interamente progettate e realizzate dagli studenti. Ognuno di loro ha dato vita ad abiti in cui si rintracciavano le influenze del tema dominante, ma nei quali si intravedeva la personalità di ciascuno.

Per Alessandro Vulcano, Rita Guardabascio e Aurora Promutico la chiave di volta della reinterpretazione si giocava sugli elementi a contrasto, quasi a suggerire una fusione a freddo tra la cultura asiatica e quella occidentale.

Accostamenti arditi come la seta con il nylon o il cotone con la vernice hanno fatto vincere a Vulcano il Premio come miglior design futuristico. Leonardo Ferri, invece, ha scelto una fusione elevata alla dimensione onirica proiettando il suo immaginario nel passato italiano.

La passerella ha visto, quindi, sfilare abiti che richiamavano il ‘400 italiano, con tracce dei tagli legati all’abito tradizionale coreano, il tutto creando una sinfonia sui temi del bianco. 

Domitilla Damiani, invece, ha scelto le bende come elemento sul quale dare vita a nuovi capi. Contrariamente al tipico utilizzo che le vede impiegate come indumento intimo, nelle sue creazioni le abbiamo viste adoperate come fossero fasciature di una ferita o ancora protezione per il corpo.

Infine sia Giulia Fastellini che Federica Bettelli hanno preso spunto dal patchwork coreano, l’una proponendo un’occidentalizzazione dell’Hanbok pur conservando gli elementi del bianco cari alla tradizione, l’altra inserendo tessuti tecnici come il Nylon per focalizzare l’attenzione sulla funzionalità e praticità della sua collezione.

                                                         Lucilla Ferretti